CLOSTRIDIUM DIFFICILE

Tra le infezioni intestinali causate da batteri, quella del Clostridium difficile si connota per la presenza del saprofita all’interno del tratto intestinale degli animali domestici e dell’uomo.

Il termine saprofita (dal greco sapros marcio e phyton pianta) indica che si nutre di materia organica in decomposizione. Il micro-organismo non è patogeno e vive in simbiosi con l’organismo umano. Diventa patogeno in condizioni particolari, nei soggetti immuno-compromessi o per prolungate e multiple terapie antibiotiche. Queste terapie alterano il microbiota del colon e consentono al Clostridium difficile di colonizzare nell’intestino.

L’infezione da Clostridium difficile è prevalentemente ospedaliera e colpisce i pazienti più anziani.

Clostridium Difficile al microscopio

Bastoncini di Clostridium Difficile al microscopio elettronico

Il Clostridium difficile causa una colite grave, chiamata pseudomembranosa, con necrosi tissutale estesa, che inizia nel retto e del sigma e si diffonde al resto del colon. Talvolta è riscontrabile solo nella sezione destra del colon, per cui, per fare diagnosi, bisogna eseguire la colonscopia totale, e non la sola rettoscopia.

Il sintomo principale è la diarrea profusa, con formazione di pseudomembrane, per la morte delle cellule intestinali, causata dalle enterotossine del Clostridium Difficile. Naturalmente ci sono forme gravi e meno gravi. Il quadro istologico varia da una forma definita di tipo I, con infiltrato cellulare infiammatorio e modesta necrosi tissutale, a una forma di tipo III, con necrosi diffusa, ulcerazioni ricoperte da membrane grigiastre, costituite da secrezione di muco, fibrina, globuli bianchi e detriti cellulari.

Le pseudomembrane dànno il nome alla colite. È una forma molto grave ad esito spesso infausto. Sono in corso progetti per affrontare emergenze nosocomiali, con l’innovativa terapia del trapianto fecale, meglio definito come trapianto del microbiota.

Fortunatamente esistono forme leggere, dove è presente solo una diarrea lieve. Nelle forme gravi questa può arrivare fino a 10 litri di scariche al giorno, con perdita di liquido sieroso ed elettroliti, grave disidratazione, comparsa a volte di megacolon tossico o perforazione intestinale. Può essere presente emorragia intestinale e sepsi diffusa. Sono frequenti la febbre, la nausea e l’anoressia.

La trasmissione avviene per via oro-fecale, attraverso le mani portate alla bocca, dopo il contatto con superfici ambientali contaminate o con un soggetto infettato. La forma sporigena del batterio può sopravvivere per settimane o mesi sulle superfici non trattate. La strumentazione sanitaria contaminata può essere veicolo di trasmissione (termometri rettali, vasche da bagno, anoscopi).

La prima terapia sta nel sospendere la terapia antibiotica, che ha favorito la patogenicità del Clostridium, ma bisogna ricorrere ad altri antibiotici intestinali per sconfiggere il batterio. Quelli più utilizzati sono il metronidazolo e la vancomicina; farmaco più recente è la fidaxomicina. È fondamentale il riequilibrio delle perdite di acqua ed elettroliti. La colestiramina può essere utilizzata come sintomatico e per la capacità di legare la tossina prodotta dal Clostridium difficile, favorendone l’eliminazione con le feci.

La risoluzione dell’infezione da Clostridium difficile porta ad una guarigione completa, ma un’elevata percentuale di pazienti, fino al 30%, manifesta recidive, soprattutto entro le quattro settimane dal termine della cura.
Questa facilità alla recidiva è meno presente in caso di trapianto di microbiota.

Emulsione feci

Emulsione di feci per trapianto di microbiota

Pillole di feci congelate per trapianto fecale

Pillole di feci congelate per trapianto fecale

Recenti studi hanno confermato l’efficacia e la sicurezza del trapianto fecale, meglio definito batterioterapia fecale, procedura che prevede la rimozione di feci da un donatore sano e l’infusione di quel campione, con tutti i batteri sani in esso contenuti, nell’ambiente microbico del paziente malato.

Per le infezioni ricorrenti, il trapianto ha avuto successo nell’85 per cento dei casi ed ha guarito il 55 per cento dei pazienti, per i quali i trattamenti farmacologici normali non erano stati efficaci. Il trapianto sembra essere efficace e causerebbe scarsi effetti collaterali di breve durata.

I dati a disposizione sono ancora pochi e non vi sono evidenze certe per la stesura di linee guida su come scegliere i donatori ideali, su come identificare la preparazione ideale ed il modo migliore per fornire le feci ai pazienti.

Nella maggior parte dei casi si sono usate feci di un congiunto del paziente, in buona salute, dopo aver escluso la presenza di batteri, virus o parassiti contagiosi, eseguendo l’esame delle feci ed esami ematici, come le sierodiagnosi e la ricerca di virus epatitici.

Il campione di feci viene preparato in laboratorio, sotto forma di una sospensione liquida, che viene instillata nella tratto gastroenterico superiore, attraverso un sondino nasogastrico, che arriva fino al duodeno. La sospensione può anche essere somministrata per clistere e talvolta la si è instillata attraverso il canale operatore del colonscopio, condotto sin oltre la valvola ileocecale.

A volte occorrono 5-6 giorni di trattamento, con clisteri ripetuti, ma la maggior parte dei pazienti guarisce dopo un solo trattamento. I clisteri sono preparati e somministrati in ambiente ospedaliero ed i due metodi (sondino naso duodenale e clistere) possono essere eseguiti entrambi, per un miglior risultato. Regolari controlli ematici, endoscopici e fecali vanno programmati fino ad un anno dopo la procedura.


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